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09 maggio 2018

Il fashion made in Italy cresce del 2,6%

'Bisogna ripensare a tutto il settore come fosse una holding', ha detto Marino Vago, neo presidente di Sistema moda Italia. Tessile e abbigliamento dovrebbero archiviare il primo semestre in accelerazione rispetto al 2017, archiviato a +2,4%

La cautela è d’obbligo, soprattutto in tempi come questi nei quali la volatilità dei mercati si traduce in repentini sbalzi in senso positivo o negativo. Prudenza a parte, nel 2018, o quanto meno nella prima metà dell’anno, il settore della moda made in Italy prosegue il percorso di crescita avviato lo scorso anno. Anzi, a conti fatti, se il trend si mantenesse tale potrebbe addirittura migliorare i risultati del 2017, che già si era concluso meglio del previsto (+2,4% rispetto alla stima, diffusa a giugno, che stimava un progresso dell’1,8%).

Secondo i dati elaborati da Confindustria moda, nel primo semestre del 2018 il fatturato complessivo di tutto il comparto dovrebbe aumentare del 2,6%, confermando i dati anticipati lo scorso marzo nel corso dell’Assemblea annuale di Sistema moda Italia (vedere MFF del 7 marzo), durante la quale è stato nominato il nuovo presidente dell’associazione confindustriale di categoria, Marino Vago.

I numeri tratteggiano l’immagine di un settore che, seppur globalmente in crescita, va avanti con velocità differenti. L’universo a monte della filiera cresce del 2,2% mentre quello a valle prosegue spedito a +3%. Quel che fa la differenza è l’export. L’abbigliamento tradizionalmente gode di una vocazione internazionale particolarmente accentuata mentre le aziende di semilavorati hanno un export indiretto, ovvero vendono soprattutto alle griffe italiane che a loro volta esportano in tutto il mondo.

«Le incertezze per i prossimi mesi non mancano ma fortunatamente gli andamenti dei diversi mercati si equilibrano», ha sottolineato il neo presidente di Sistema moda Italia, Marino Vago, al suo primo incontro con la stampa dopo la nomina di marzo. «Basta guardare il caso della Russia, che si è ripresa nel 2017 o della Cina, due mercati dove la moda maschile italiana ha registrato ottimi risultati».

Secondo i dati di Confindustria moda, in Russia nel 2017 le vendite di moda femminile sono cresciute dell’8,6% a 489,5 milioni di euro e quelle maschile del 19,6% a 174,6 milioni di euro. «Qui», ha aggiunto Gianfranco Di Natale, direttore generale dell’associazione confindustriale, «ci sono grandi possibilità per l’uomo perché sta cambiando il cliente di riferimento, che ora è la fascia di giovani dai 25 ai 35 anni, spesso cosmopoliti». In Cina il womenswear è aumentato del 3,8% a 302,6 milioni di euro e il menswear è salito a +18,3% a 237,9 milioni di euro.

«I dati congiunturali sul settore tessile-moda a livello globale vanno letti anche nell’ottica del lavoro che è stato svolto fino ad ora in seno al sistema moda italiano con la presidenza di Claudio Marenzi», ha aggiunto Vago. «Il lavoro svolto da Marenzi ha consentito di aumentare la visibilità all’esterno di tutto il sistema moda e questo ha portato dei benefici confermati anche dai numeri in crescita e una maggiore consapevolezza da parte delle istituzioni dell’importanza del nostro settore industriale ma ora occorre compattare il fronte», ha aggiunto, svelando il suo piglio energico da industriale di lungo corso («volevo andare in pensione e invece mi trovo qui a presiedere Smi», ha scherzato con i giornalisti).

Il suo programma per il prossimo triennio verte soprattutto sul concetto di coesione tra tutti gli attori della filiera del tessile moda, argomento peraltro comune ai suoi predecessori, da Michele Tronconi a Claudio Marenzi che hanno speso negli anni diversi auspici in questo senso. «Io parto sempre da questo concetto pratico», ha proseguito, «l’estero è il mondo, non possiamo partire dal presupposto che possano comprendere le nostre contrapposizioni tra distretti e territori. Non serve. Quel che serve invece è presentarsi come un sistema unico, globale e coeso. Bisogna ripensare a tutto il settore come fosse una holding. Mi riferisco per esempio alle fiere dove ha senso presentare una filiera il più possibile completa o ai centri tecnologici che potrebbero essere condivisi».

Quattro i temi portanti del programma per il prossimo triennio: sostenibilità, comunicazione, digitalizzazione e formazione. «La sostenibilità è un argomento che, come settore seguiamo da molto tempo ma servono delle regole d’ingaggio comuni altrimenti si rischia la confusione. Per questo il lavoro insieme alla Camera nazionale della moda italiana è un importante risultato e va sostenuto, oltre che portato avanti», ha spiegato Vago. «C’è poi tutto il capitolo comunicativo», ha aggiunto il neopresidente. «Dobbiamo costruirci una reputazione digitale. Il consumatore, soprattutto in alcuni mercati esteri, vuole conoscere il prodotto e, spesso, siamo ancorati a una visione un po’ datata del mondo digitale».

Infine, il discorso formativo. «Nei prossimi dieci anni ci saranno 45mila tecnici specializzati che usciranno dal mondo del lavoro. Il problema è che non c’è nessuna scuola specializzata che ha potuto formare i giovani in questi ambiti lavorativi. Noi ci stiamo attrezzando. C’è un comitato dedicato a questo in associazione e stiamo ragionando su diversi progetti ma non possiamo perdere tempo».

La conferma dell’importanza della formazione delle nuove leve di tecnici del settore moda arriva anche dai dati attuali sull’occupazione. Dopo le contrazioni degli anni scorsi, nel 2017 c’è stata una prima significativa inversione di tendenza del numero degli addetti del settore: +0,1% che tradotto in numeri significa un recupero di oltre 400 posti di lavoro.

(Di Milena Bello, Redazione MfFashion.com)